Storie dal cassetto della biancheria: la tuta

L’Epifania tutte le feste si porta via, ma io vi lascio un regalino tiramisù per affrontare questo rientro al lavoro e alla vita fuori dalle festività. Brusco risveglio? Eh, lo so, ma vi distraggo io: oggi parliamo della tuta.

Un capo di abbigliamento che ha compiuto 100 anni da poco, infatti fece capolino ufficialmente sulle pagine de La Nazione il 17 Giugno del 1920.

Parliamoci chiaro per stare in casa è la cosa più comoda in assoluto. Morbida, larga, non tira, ci puoi stare sul divano in comodità. Si, va bene, anche in palestra è comoda, versatile, segue i movimenti, è adattissima. Ma insomma…sul divano è meglio!

Definizione

La tuta è un capo che ricopre tutto il corpo, costituito da un solo pezzo, destinato all’abbigliamento o alla protezione. In senso lato il termine è passato a indicare anche l’abbigliamento “comodo”, come quello sportivo in due pezzi, pantaloncini e maglietta manica corta (in inglese tracksuit e simili).

La tuta è un capo di abbigliamento composto di un pantalone ed una felpa di solito chiusa sul davanti da cerniera lampo. Originariamente utilizzato nell’ambito dello sport, e principalmente nell’atletica leggera, con il tempo è diventato un indumento tipico nella moda casual.

Nata all’inizio del ventesimo secolo, la tuta è l’abbinamento di una giacca e di un pantalone, realizzata in materiali morbidi ed utilizzata esclusivamente nello sport. Al di fuori dei campi sportivi, la tuta era difficilmente tollerata.

(Definizione Wikipedia)

Storia

La tuta nasce nel 1919-20, all’interno del movimento Futurista, inventata da Thayaht ( all’anagrafe Ernesto Michahelles) con il fratello Ram, che creano un abito da uomo di forma essenziale, la “TuTa”.

Thayaht era un esponente del futurismo, scultore, pittore nonché stilista di moda anticonformista ed originale. Nacque a Firenze nel 1893 da una famiglia ricca e cosmopolita dove si respira cultura a pieni polmoni. Già da adolescente seguiva studi sulla teoria del colore e geometria cromatica. Vivrà a Parigi dove incontra Madeleine Vionnet, stilista di moda francese precorritrice della rivoluzione della moda del XX secolo e con la quale inizierà una collaborazione molto proficua che durerà fino al 1925.

La tuta era un capo con tasche e cintura da indossare tutti i giorni, di semplice realizzazione ed economico. Voleva essere in totale opposizione alla moda borghese del tempo. Il nome tuta, infatti, è un adattamento del francese tout-de-même, “tutti uguali”.

L’adattamento del nome “tuta” inoltre si rifarebbe a uno schema della forma dell’indumento: una T per le maniche e il corpo sovrapposta a una U ad angolo retto per i fianchi e il cavallo. E il taglio divaricante delle gambe ad “A”.

Questa proposta tuttavia non riscosse molto successo nell’abbigliamento quotidiano e la tuta proseguì la sua carriera come capo protettivo destinato al mondo del lavoro, in particolare all’industria metalmeccanica dove l’operaio prese l’appellativo di tuta blu. E qui in Emilia Romagna ha preso il nome di “Tony”.

Presentazione al mondo

Immaginate.

Era il 1920 e in Piazzale Michelangelo a Firenze si poteva vedere un corteo di uomini, donne e bambini. Un’atmosfera unica mai vista prima, tutti indossano lo stesso capo d’abbigliamento, un nuovo prototipo: la tuta. Era un abito rivoluzionario d’impronta futurista studiata da due artisti/inventori/ stilisti fiorentini, i fratelli Thayaht e Ram. Un capo che voleva portare un messaggio universale di uguaglianza e bellezza, un abito semplice e dal costo ridotto.

Dagli operai agli sportivi, da uomini a donne più o meno eleganti, tutti indossavano la tuta.

Il 17 giugno 1920 uscì un inserto della nuova tuta su La Nazione, lo storico quotidiano fiorentino. Nell’inserto era presente il cartamodello e le istruzioni per realizzarlo. Venne presentato come una

sopraveste di un solo pezzo con pantaloni e maniche, di robusto cotone o di fibre speciali, indossata da operai, sportivi o persone che svolgono particolari attività.

Attraverso questo cartamodello, elemento che Thayat padroneggiava alla perfezione, la tuta raggiunse le case dei cittadini fiorentini. Che potevano così confezionarsela a casa, in autonomia.

E in un’Europa uscita profondamente lacerata dal primo Dopoguerra, divenne presto un vero e proprio successo che raggiunse presto Francia, Germania e Inghilterra per poi arrivare fino al Nuovo Continente.

Il progetto era molto semplice: una stoffa di cotone blu di 4.50 x 0.70 metri, una struttura a T nella quale infilare i piedi, mettere le braccia nella grandi maniche e chiudere sul davanti i sette bottoni. La cintura poi a completare il capo per sentirsi più eleganti, evidenziando la silhouette del corpo. Il risultato fu un capo adatto a ogni occasione e a ogni stagione, unisex e perfetto sia per gli adulti che per i bambini.

Con il tempo, arrivano anche le prime modifiche, come l’applicazione della zip al posto dei bottoni, per facilitare la chiusura e l’apertura della tuta, e la differenza di taglio tra l’abito maschile e femminile, quest’ultimo caratterizzato dal taglio a clessidra e da una cintura in vita.

La nascita della tuta femminile, anticipò le tute jumpsuite, che dalla moda francese degli anni Venti sono ancora di moda oggi.

Curiosità

Bruce Lee, nel film L’ultimo combattimento di Chen del 1973, rese popolarissima una tuta gialla con strisce nere, simile a quelle che la Adidas produce dal 1964. Lo stesso modello di tuta fu ripreso da Uma Thurman nel film Kill Bill – Vol. 1, in una ovvia citazione del film di Bruce Lee.

Nella serie televisiva I Soprano, gli appartenenti alle famiglie mafiose di New Jersey sono spesso mostrati in tuta.

Dal Dopoguerra a oggi

Nel Dopoguerra fu utilizzata solo in ambito sportivo o militare.

Il termine jumpsuite – con cui oggi facciamo riferimento alla tuta – venne coniato verso gli anni Quaranta negli Stati Uniti. Questo il vocabolo veniva infatti utilizzato, in origine, per definire le divise con cui i paracadutisti si lanciavano nel vuoto.

Quasi completamente sparite nel corso degli anni settanta, le tute assumono grande popolarità negli anni ottanta nella scena hip hop e nella break dance. Durante questo periodo le tute vengono realizzate in un misto di triacetato e poliestere, rendendole particolarmente scivolose, e quindi ideali per la break dance.

Tipi particolari di tute realizzate con tecnofibre e materiali speciali vengono prodotte per le esigenze di settori specifici come il campo militare, l’aeronautia o lo sport.

Negli anni ’80 numerosi stilisti (capofila l’italiano Giorgio Armani) decisero inoltre di trasformarla in un capo di alta moda.

In seguito le tute hanno continuato a mantenere una certa popolarità, specie se non indossate “intera”. Infatti negli anni novanta, in pieno ambiente pop- rock, diventa molto comune vedere cantanti e musicisti indossare la giacca della tuta abbinata ai jenas, o al contrario la parte inferiore abbinata ad una T-shirt. (della storia della t-shirt abbiamo parlato già parlato qui:Storia del capo passepartout più utilizzato: la t-shirt. )

Ne abbiamo conferma dai vecchi magazine e videoclip, in cui star del calibro di David Bowie, Madonna e Britney Spears adottarono con grande fantasia questo tipo d’abbigliamento.

Oggi

Attualmente la tuta intera viene usata in ambito formale elegante soprattutto nella moda femminile, al lavoro quando è necessario essere formali o per le cerimonie o eventi eleganti. Mentre per l’uomo di usa in ambito quasi esclusivamente lavorativo, metalmeccanico o industriale, vedi il già citato Tony.

Oggi, ma già dagli anni ’80 e ’90, ha preso piede la seconda tipologia di tuta, con lo stesso concetto ma in due pezzi, composta da giacca e pantaloni, più comoda, utilizzata principalmente in ambito sportivo ma anche molto nell’abbigliamento casual e comodo.

E anche in casa, ammettiamolo.

Viene realizzata in tutti i materiali, sia naturali (cotone o lana), artificiali (viscosa o misti) o sintetici (triacetato in testa), e in tantissime fogge, larghe, strette, over, aderenti, classiche, più streetwear…E in una miriade di colori e fantasie, con loghi più o meno evidenti.

Insomma, davvero per tutti i gusti.

Sono certa che almeno una tuta, intera o in due pezzi, sia presente in ogni armadio: almeno una volta nella vita tutti siamo stati attratti da questo capo.

Io non amo molto la versione intera per motivi di comodità mia personale, ma appunto è un gusto personale. E le preferisco di materiali naturali ma in colori accesi o fantasie belle appariscenti.

Sobria io? MAI!

Bene, siamo giunti alla fine, chiudiamo il nostro cassetto della biancheria e noi ci vediamo presto con il prossimo approfondimento!

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